Richard Nonas | Continental Drift
segno / aprile 2025
“L’antropologia mi ha regalato il dubbio come
definizione della vita umana.
L’antropologia mi ha fatto il dono del dubbio
permanente.
Ma la scultura mi ha obbligato a usarlo.
Ho cominciato a fare oggetti; oggetti che dovevano
deliberatamente essere confusi, che dovevano
essere ambigui, che dovevano essere resistenti
alle limitazioni del linguaggio e della spiegazione.
Ho trasformato il mio dubbio in scultura.
Ho reso fisico il dubbio stesso”
Richard Nonas
Nelle Meditazioni metafisiche (1641), René Descartes presenta il dubbio come cifra essenziale della sua pars destruens: un processo volto a mettere in discussione ogni cosa che non possa essere provata con certezza. Se, da un lato, questo metodo conduce all’affermazione del cogito come unica base sicura della conoscenza, dall’altro apre un orizzonte che, paradossalmente, scava nella certezza stessa, lasciandone emergere ambiguità e contraddizioni.
In modo apparentemente simile, la pratica di Richard Nonas – che affonda le sue radici in quella che egli stesso ha definito «antropologia del dubbio» – è orientata a dissolvere le certezze attraverso le sue sculture. Il suo lavoro non solo scava, ma fonda anche nuove forme di relazione con lo spazio, invitando lo spettatore a confrontarsi con modalità inedite di percepire e abitare il mondo. Ogni forma, ogni materiale, ogni disposizione spaziale sembra sfidare la stabilità delle nostre certezze, creando nuove possibilità di esperienza. In ambo i casi, per Descartes quanto per Nonas, il dubbio funge da principio, seppur con finalità diverse: se per il primo è un mezzo per decostruire le false certezze e giungere alla verità; per il secondo è un invito a esplorare e ridefinire continuamente il rapporto tra individuo e ambiente.
Scomparso all’età di 85 anni, Richard Nonas nasce a New York nel 1936. Dopo aver studiato Letteratura e Antropologia (University of Michigan, Lafayette College, Columbia University e University of North Carolina), ha lavorato per dieci anni come antropologo, insegnando negli Stati Uniti e lavorando sul campo in America Latina, Canada e Messico. La sua formazione antropologica ha influito profondamente sul suo lavoro artistico.
A partire dai suoi studi, Nonas ha trasferito l’esperienza sul campo nella sua pratica scultorea. Infatti, dalla fine degli anni Sessanta decide di dedicarsi completamente all’arte, abbandonando la carriera da antropologo.
La sua ricerca si concentra sulla manipolazione della materia e sull’esplorazione di materiali quali legno grezzo, granito e acciaio: quest’ultimi vengono raccolti da Nonas in ambienti naturali o urbani, per poi essere trasformati in sculture capaci di creare uno spazio esperienziale, in un intreccio tra ambiente e vissuto umano.
Nelle sue opere, gli oggetti diventano mezzi per produrre esperienze che sconfinano nel simbolico. Ogni scultura è concepita come uno strumento che trasforma lo spazio in “luogo”: un contesto emozionale che l’osservatore è chiamato a esplorare fisicamente e mentalmente. Disposte in gruppi o esposte singolarmente, seguendo geometrie lineari e precise, le sculture creano una relazione dinamica con l’ambiente, generando spazi di interazione che invitano lo spettatore a entrare in contatto con la materia, a muoversi attorno alle opere, o a osservare il paesaggio circostante come se fosse una realtà naturale che nasce da una tensione continua tra cultura e natura.
La mostra Continental Drift presso Studio Trisorio intreccia riflessioni sul movimento e la precarietà, sullo scorrere del tempo e sulla trasformazione – tematiche ricorrenti nella ricerca di Nonas. Ogni scultura diventa un indicatore di permanenza o di transitorietà, ed è attraverso questa tensione che l’opera suscita un’esperienza emotiva potente, familiare o straniante. Il lavoro di Nonas riflette una condizione di costante ambiguità, come la sensazione che, ad esempio, egli stesso affermava di provare camminando su una strada in Messico, circondato da un cantiere abbandonato o attraversando una radura nella foresta – luoghi privi di accezioni culturali riconoscibili.
Nel suo approccio, l’artista integra una riflessione sullo spazio come parte integrante dell’esperienza umana, in quanto luogo che non si limita a contenere la materia, ma la trasforma attraverso la percezione emotiva. Questa dinamica, che si riflette nella sua pratica scultorea, è connessa a una visione radicata nell’antropologia e che, tuttavia, si spinge ben oltre i confini di questa disciplina, mirando a costruire nuovi paradigmi di interazione tra uomo e ambiente.
Alessio Esposito